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Tavolo tattile con manufatti archeologici.
Tavolo tattile con manufatti archeologici.
su concessione di Dario Scarpati

Accessibilità museale: un dovere, non una possibilità

Esperienze in Sicilia tra comunità, multisensorialità e partecipazione

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Data
18 gennaio 2026

di Dario Scarpati

Partiamo con una premessa: l’accessibilità è un termine in continua evoluzione e quello che oggi rientra nei parametri domani non sarà neppure preso in considerazione. E questo è un bene, perché ci costringe a riflettere, a sperimentare, a confrontarci quotidianamente con le migliori pratiche e le più corrette richieste.

Il termine ‘accessibilità’ non si riferisce a ‘categorie’ di persone: un museo è accessibile (comprensibile, godibile, invitante) per ciascuno, oppure non lo è. Semplice! E quel ‘ciascuno’ deve includere anche chi non entra nei musei: facile fare musei archeologici per archeologi; più complesso è costruire un’esposizione che sia capace di dialogare (il verbo è scelto con attenzione: dialogo, non monologhi) con chiunque si trovi, per qualsiasi motivo, a passare di lì. Ci possono essere infiniti motivi non convenzionali per entrare in un museo: presentazioni di libri, spettacoli teatrali, laboratori. Abbiamo imparato che si possono organizzare feste di compleanno a tema per bambini, come fa il Mestni Muzej di Lubiana. E tanto altro.

Cos’è un museo? La definizione che l’ICOM ha approvato nel 2022, pur presentando certamente aspetti di compromesso, all’attualità è (e deve essere) un faro:
«Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale, materiale e immateriale. Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze».

Ogni definizione è la cornice entro cui muoversi e qualsiasi operatore museale sceglie la parte che più gli appartiene. La mia: «al servizio della società» e «aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità».

Con alcuni esempi, che non sono best practice, ma momenti di vita tendenti alla quotidianità nei musei in cui ho lavorato e lavoro, proverò a spiegarmi.

Per costruire un museo «al servizio della società» bisogna essere immersi nella vita della comunità che si vuole rappresentare, e questa non è una cosa semplice. La diffidenza verso l’istituzione ‘museo’ esiste e non dobbiamo far finta di non vederla: bisogna lavorare con la cittadinanza attraverso la costruzione condivisa delle narrazioni.

Uno strumento utile è la mappa di comunità, cioè una descrizione (grafica, fotografica, narrativa), non solo storico-naturalistico-geografica del luogo, ma che sviluppa un racconto dei microcosmi che appartengono alle persone; una narrazione personale e collettiva, che ci proietta nel tessuto vivo della comunità. Esperienze di questo tipo ne abbiamo fatte diverse nella provincia di Palermo: a Piana degli Albanesi ed a Gangi; con il progetto Madonie Cultura Accessibile, in undici Comuni del comprensorio.

Progetti come questo implementano le connessioni che nella realtà già esistono, come anche le reti museali (la nostra, MUSEA Madonie e Himera, connette ventuno Comuni) o gli eco-musei (dal 2014 è riconosciuto l’Ecomuseo delle Madonie). 

Questo ci permette anche di definire delle linee guida comuni nella costruzione delle esposizioni, dando così regole e consigli ‘accessibili’ anche per chi è meno attrezzato (Fig. 1). Esistono normative nazionali e regionali [1] per la valutazione della qualità dei musei che sono di straordinaria importanza; ma anche avere un piccolo vademecum per musei comunali, con pochi ma chiari concetti e con dei riferimenti più diretti, ha la sua utilità.

I musei comunali sono molto spesso costruiti in palazzi ‘storici’ e questo crea difficoltà nell’eliminazione di barriere fisiche. Ma, nello stesso tempo, apre a potenzialità inaspettate: un luogo di detenzione, ad esempio, che diventa luogo della cultura, permette di ribaltarne i ruoli civici, costruendo speranza e valorizzando potenzialità. E tuttavia le difficoltà esistono!

La legge istitutiva dei PEBA (Piano per l’eliminazione delle Barriere Architettoniche) è piuttosto antica [2]. Ma solo con il PNRR si è avuto un incremento nella redazione dei Piani, perché era richiesto come pre-requisito all’accesso ai fondi. In questi quaranta anni (si, quaranta!) è cresciuta la sensibilità e intendere adesso un PEBA è molto più estensivo di quanto non lo fosse nelle intenzioni del legislatore. Il Ministero oggi denominato della Cultura ha pubblicato linee guida e direttive [3] che ci aiutano a redigere piani che prendono in consegna olisticamente il pubblico (so che sarebbe più corretto parlare di ‘pubblici’ al plurale, ma preferisco considerare chi entra nel museo semplicemente come persona, evitando di ‘targettizzarlo’; non so se è giusto, ma è il mio modo di relazionarmi). 

Una esposizione deve essere affrontata con diverse modalità di approccio e il vantaggio che si ha nel costruire un museo multisensoriale è che ci permette di avere più canali comunicativi. L’inserimento di tavoli tattili all’interno delle sezioni museali (non relegandole ai margini) permette a tutti di fare un’esperienza fisica ed emozionale. Forse è più semplice con oggetti antropologici (cercando di limitare il rischio di incidente per i visitatori); più complesso sembrerebbe per i musei d’arte e archeologici. Per i primi vi invito a visitare il Museo Tattile Omero di Ancona, nel quale viaggiano insieme riproduzioni (materiche e formali) insieme a (molte) opere d’arte fatte appositamente per essere toccate.

Al Museo Civico di Petralia Soprana, con la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo, abbiamo allestito un tavolo tattile con i reperti archeologici, permettendo così a tutti i visitatori di approcciarsi fisicamente con un oggetto di duemila anni. Non serve solo ai non vedenti, ma a chiunque voglia esperire un’emozione non usuale. I frammenti esposti in questo modo ci permettono di raccontare storie: un mattone con l’impronta di un cane ci fa pensare a quanto sia stato contento l’operaio; una cucitura in piombo per una giara ci riporta a La giara di Pirandello (sempre in Sicilia siamo).

Per imparare come proporre un’esperienza tattile abbiamo fatto molti tentativi. Due momenti su tutti vale la pena di raccontarli brevemente.

Durante l’International Museum Day del 2019, nel Museo Civico di Gangi abbiamo proposto un tavolo tattile con oggetti archeologici guidato da giovanissimi allievi delle scuole del territorio (Fig. 2) che ci ha permesso di rovesciare le posizioni: il docente, bendato, ha potuto osservare tattilmente un oggetto con la spiegazione del suo alunno. In definitiva, un doppio scambio di ruolo. Per chi lavora nella sezione archeologica del museo è stato importante capirne modalità e approccio, per poi studiare il modo corretto di riproporlo.

Nello stesso museo, la Sezione UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) di Caltanissetta ci ha insegnato come leggere e interpretare oggetti archeologici attraverso le mani. Al termine di una esperienza con una Associazione del territorio (Dimensione Uomo OdV) che si occupa di persone con disabilità cognitivo-relazionali, era sorta la necessità di raccontare quello che si stava facendo. Sono stati proposti due canali di narrazione: una guida in Easy to read, per facilitare la comprensibilità degli oggetti, e la riproduzione con un plastico dell’area archeologica del Monte Alburchia (importante sito del territorio di Gangi). 

Il plastico riuniva in sé l’esperienza della costruzione e la volontà di restituire, dichiaratamente espressa dai partecipanti, anche alle persone non vedenti la bellezza del monte. In questo modo il ‘chi fa cosa – per chi’ è stato importante: si è passati da una fase di ‘accudimento’ ad una di ‘proposizione’, uno scatto non indifferente.

Accennavo in precedenza ai linguaggi utilizzati per le nostre narrazioni, che devono essere comprensibili ed agevoli per tutti. Oggi abbiamo a disposizione molti metodi: la stesura di guide in Easy to read [4], utili per chi ha difficoltà con la lingua e le parole, la CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), o il più recente (da noi) kamishibai (Fig. 3). 

Nella composizione di un pannello espositivo ci siamo dati alcune regole: contingentiamo il numero delle parole, circa cento, per evitare che il visitatore non si senta in grado di arrivare fino in fondo; utilizziamo un linguaggio multilivello: una prima frase di approccio semplice (non banale, sono cose ben distinte); il testo non deve essere complesso nella sua formulazione; deve avere dei rimandi per una lettura tecnica più avanzata. Siamo soliti verificare la difficoltà delle parole utilizzate, eliminando al massimo i termini specialistici [5].

Accennavo in precedenza come, grazie alla costruzione di un museo, un luogo cambi la sua natura e la trasformi. Il Museo Civico di Petralia Soprana è ospitato in un ex carcere: un luogo in cui non si vorrebbe mai entrare e in cui il concetto di cultura sembra essere lontano. Tralascio le difficoltà architettoniche che abbiamo dovuto affrontare, per concentrarmi sul concetto di inclusione. 

Nel 2017 una fortunata collaborazione tra la Regione Siciliana ed il Carcere minorile di Palermo ha portato a costruire una parte dell’esposizione antropologica, mescolando le esperienze dei tecnici, degli educatori e, soprattutto, dei ragazzi ospiti del penitenziario. Sono state costruite narrazioni uniche e di vivo interesse, che univano la vita di persone lontanissime tra loro (in teoria). Giocare sulle analogie e sulle differenze della coltivazione dell’ulivo o della vite tra le due sponde del Mediterraneo ha reso protagonisti paritetici il ragazzo (che alle sue spalle ha una storia infinita, anche se giovanissimo) e l’agronomo che ci spiegava le unità di misura riempendo un ‘tumulo’ (un recipiente che misura gli aridi) con il grano.

Condividere significa, ad esempio, studiare le pratiche tradizionali di utilizzo del suolo per trasportarle nel futuro, magari impedendone il depauperamento [6]; significa ascoltare le proposte (non solo le esigenze) del territorio di riferimento; significa avere (e dare) un ruolo attivo ad una istituzione pubblica. Significa essere nel cuore della comunità: è facile? Davvero no. È però necessario, se vogliamo continuare a dare un senso al nostro lavoro.

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Diversi termini di titolarità e licenza sono indicati esplicitamente.


[1] Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, Decreto 7 ottobre 2015: Istituzione del sistema di accreditamento e di monitoraggio dei livelli di qualità e degli standard dei luoghi della cultura della Regione siciliana.

[2] Articolo 32 della Legge Finanziaria n. 41/1986.

[3] Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale Musei, Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche (PEBA): un piano strategico per l’accessibilità nei musei, complessi monumentali, aree e parchi archeologici, 2022 (http://musei.beniculturali.it/progetti/piano-strategico-per-leliminazione-delle-barriere-architettoniche).

[4] ANFFAS, Linguaggio facile da leggere, Linee Guida (https://www.anffas.net/dld/files/Lineeguida.pdf).

[5] Abitualmente, per verificare la complessità delle parole, utilizziamo il Dizionario italiano De Mauro (https://dizionario.internazionale.it).

[6] J. Mª Martín Civantos, Working in Landscape Archaeology: Social and Territorial Significance of the Agricultural Revolution in al-Andalus, «Early Medieval Europe», 19 (4), 2011, pp. 1-26.

Per approfondire

Ti racconto il Museo di Petralia Soprana: “Fatti un giro, Bellezza”. Museo senza Barriere, Regione siciliana. Assessorato dei Beni culturali e dell'Identità siciliana: Dipartimento dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Palermo 2017.

G. Cetorelli, M.R. Guido, a cura di, Il patrimonio culturale per tutti. Fruibilità, riconoscibilità, accessibilità, Quaderni della valorizzazione, NS 4, Ministero per i beni e le attività culturali Direzione generale Musei, Roma 2018.

F. Acanfora, In altre parole. Dizionario minimo di diversità, Effequ, Firenze 2021.